Carl Ludwig “Luz” Long – 08.05.21

Owens e Long, un'amicizia fuori dal tempo - La Cronaca di Verona

Sono sempre stato affascinato dagli Eroi. Gli eroi dal cuore umano, dall’animo sensibile. Non parlo di quelli che finiscono sul giornale. Intendo quelli che con un gesto riescono a girare la ruota del destino. Tipo Merzario quando si lanciò tra le fiamme per tirare fuori Lauda dal rogo del Nurburgring nel ’76.

Era chiaro che il Destino aveva deciso, doveva andare in quel modo. Tutto stabilito, tutto scritto. E invece no, dal fumo rovente salta fuori questo omino che ti cambia il finale.

Allo stesso modo mi incanta parlare di storie eroiche, talmente piene di fascino che l’aria sembra immobile. Impalpabile, sospesa, magica, eterna.

Oggi voglio scrivere di una delle storie che mi raccontava mio padre, che a sua volta l’aveva sentita di chissà chi. La raccontava, però, con una intensità che sembrava davvero l’avesse vissuta e ogni volta si appassionava come se la stesse rivivendo. Il suo coinvolgimento nel racconto, questo flusso che gli usciva esondando dall’emozione, non voleva solo dire “senti questa storia”. Lui voleva dirmi “ascolta bene, e lasciati sempre guidare dal cuore”.

L’ho raccontata qualche giorno fa ad Albi, ancora l’ho fresca in mente, anche se naturalmente a lui ho proposto una versione meno dettagliata di questa, arricchita da riferimenti bibliografici. Eccola qui.

Olimpiadi di Berlino, 1936. La grandiosità colossale delle strutture sportive, pianificate fin nei minimi dettagli dall’architetto del regime Albert Speer, mirava ad infondere negli spettatori una forma di temibile rispetto per il potere nazista. Con chiari richiami ai modelli architettonici dell’Antica Grecia, l’Olympiastadion, di recente costruzione dopo l’incendio del Reichstag, poteva contenere oltre centodiecimila spettatori. Maestoso ed immenso, costituiva un’autentica macchina di propaganda messa in azione dal regime per ottenere consensi. All’insaputa del resto del mondo, una manifestazione sportiva stava per essere trasformata in uno strumento di battaglia ideologica.

Hitler intendeva servirsi delle Olimpiadi per dimostrare la supremazia della razza ariana, di conseguenza l’atleta tedesco doveva corrispondere all’immagine stereotipata: alto, biondo, prestante, carnagione chiara e occhi azzurri. In questa categoria rientrava perfettamente Carl Ludwig Long, detto Luz, un ventitreenne studente di legge di Lipsia, nonché atleta della Leipziger SC. Long aveva già dimostrato in precedenza le sue doti, superando per due volte consecutive nel salto in lungo il record olimpico di 7,73 m stabilito nel 1928 ad Amsterdam dallo statunitense Edward Hamm. Era diventato il beniamino della nazione dopo essersi classificato terzo ai campionati europei di atletica leggera, nel 1934. Una pedina d’oro, quindi, che non poteva mancare nella scacchiera schierata da Hitler per affermare il dominio sportivo germanico.

Agli occhi del Führer il trionfo di Long appariva quasi scontato e il dittatore si preparava a pregustarlo.

Alle Olimpiadi avrebbero partecipato ben quarantanove Paesi, un numero record rispetto alle edizioni precedenti, che tuttavia non teneva conto della forte discriminazione insita nell’evento berlinese. Gli atleti ebrei-tedeschi furono espulsi da tutte le discipline sportive, mentre un destino già più felice toccò agli afroamericani, ai quali fu concesso gareggiare, anche se in numero minore. Una squadra olimpica americana presentava una media di diciotto atleti di colore su 312 partecipanti, una percentuale bassissima. Ancor più bassa tenendo conto che quei diciotto subivano una pesante discriminazione perfino in patria. Erano pochi, ma abituati alle privazioni, forse per questo motivo ancor più desiderosi di riscattarsi. Uno di loro si chiamava James Cleveland Owens, ma tutti lo conoscevano come Jesse.

La presenza degli afroamericani venne giustificata da Hitler con sordido disprezzo: essendo un popolo primitivo potevano vantare una costituzione robusta, perciò più adatta alla corsa. A rincarare l’acredine fu il quotidiano della propaganda nazionalsocialista, diretto da Joseph Goebbels, che definiva i neri come ausiliari degli Stati Uniti. La realtà si mostrava sotto una luce del tutto diversa: gli afroamericani, nel loro Paese, erano costretti a sedere nella parte posteriore dell’autobus, dovevano utilizzare gli ascensori di servizio negli alberghi: essere confinati ai margini era la loro condanna. Al contrario degli ebrei tedeschi, certo, il diritto di vivere non era loro precluso, eppure, sottilmente, silenziosamente, veniva negata loro quella possibilità che si trova alla base della libertà stessa: vivere come volevano.

Lo sapeva bene Jesse, figlio di Henry Cleveland Owens, un povero agricoltore dell’Alabama, che a otto anni lavorava già come inserviente per meritarsi un posto un po’ più accettabile in quel mondo deciso ad escluderlo. A scuola l’insegnante non riusciva a comprendere il suo slang, così, quando lui disse: «Mi chiamo J.C.», comprese Jesse. Quel nome, nato da un’incomprensione, divenne la sua nuova identità, simboleggiava meglio di ogni metafora l’adattamento forzato a cui era stato costretto per sopravvivere fin dalla più tenera età. Furono le sue capacità atletiche a consentirgli una borsa di studio per la Ohio State University, dove incontrò Lawrence Snyder, detto Larry, uno dei migliori coach in circolazione.

Jesse cominciò a segnare i suoi record. Nel 1935 al Big Teen Meet ad Ann Arbor, in Michingan, stabilì 4 record del mondo in 45 minuti: lungo (8,13 m.), 100, 200 e 200 ostacoli. L’eccezionalità delle sue imprese lo condusse a Berlino.

Owens correva stretto nel pugno chiuso del Führer, accanto ad atleti che con la sua storia non avevano nulla da spartire. Luz Long aveva le mani delicate di chi nella vita non ha sfogliato altro che libri, eppure lesse nei suoi occhi scuri ciò che non avrebbe intravisto nessun altro.

Il sole appena sorto quel 4 agosto vedeva Jesse Owens già vittorioso: il giorno prima la medaglia d’oro dei cento metri splendeva con lui sul gradino più alto del podio.

I suoi successi lo precedevano, tuttavia i giudici tedeschi non esitarono a sollevare per ben due volte la bandierina rossa durante le qualificazioni per il salto in lungo.

Fece il primo salto per saggiare il terreno, indossando addirittura i pantaloni delle tuta, perchè negli States il primo salto è sempre di prova. Alle Olimpiadi, no: nullo. Nel frattempo, nemmeno il tempo di pensare come mai nessuno lo avesse informato, in pista c’erano le batterie dei 200 metri e lo chiamarono alla partenza. Vinta la sua batteria, arrivò al secondo salto imballato, con le gambe dure e poco concentrato. Nullo, anche questo.

Dopo due salti nulli incombeva su di lui lo spettro dell’eliminazione. Jesse era dotato di grande velocità, ma il suo stile rivelava imperfezioni, soprattutto se confrontato con l’impeccabile sospensione hang style dell’idolo di casa Luz Long, quell’angelo biondo che volava da un lato all’altro della vasca. Per Owens sembrava ormai preannunciarsi l’inevitabile sconfitta, senza contare che ormai su di lui pesava duramente la fatica degli sforzi precedenti. Anche la giuria percepiva questa sua difficoltà e già si apprestava a dichiararlo fuori gioco senza troppi ripensamenti. Anzi, in realtà non vedevano l’ora. Rimaneva l’ultimo salto, un’unica possibilità.

Jesse si trovava di fronte all’ultimo salto valido per accedere alla finale, quando qualcuno si avvicinò alle sue spalle. Era Luz, l’atleta tedesco di cui tutti attendevano la vittoria, che cercava di esprimersi con quel poco di inglese imparato a scuola.

Uno come te dovrebbe essere in grado di qualificarsi ad occhi chiusi” disse, “no, non sono tranquillo, oggi non trovo il punto di stacco” rispose Owens scuotendo la testa, mille pensieri a corrersi dietro.

Allora Luz Long, l’angelo biondo, senza dare troppo nell’occhio si mise a cercare sulla pista le impronte già lasciate da Jesse ed iniziò poi a misurare la pedana con alcuni passi. Ad un certo punto si fermò e fece cadere un fazzoletto bianco accanto alla pedana, ponendolo 30 centimentri più indietro dell’impronta dell’ultimo salto di Owens.

Eccolo, era quello il punto di stacco migliore che Owens non riusciva a trovare per fare il suo salto valido. Long accompagnò il gesto con un’occhiata di intesa che non si aspettava di essere delusa, e la conferma non tardò.

Perché Luz, ariano fra gli ariani, probabile Dio in terra in caso di vittoria, avrebbe dovuto aiutare Jesse Owens? Perché compromettere una vittoria in quel modo, davanti agli occhi di tutti gli alti gerarchi nazisti, davanti ad Adolf Hitler?
Perchè se avesse dovuto vincere, Luz Long avrebbe voluto farlo battendo il più forte di tutti; perché ne era in grado, perché vincere senza il rivale, quello vero, non equivale a vincere per davvero. E perché Luz era un uomo di classe, uno sportivo, sapeva bene cosa significasse la parola sacrificio. E infine perché Luz, lui no, nazista non lo era.

In semifinale – e poi in seguito in finale – i due si misurarono su distanze proibitive per gli altri avversari; una rincorsa alla medaglia che spostò, di salto in salto, sempre un po’ più in là l’asticella e lo stupore, l’attesa e l’adrenalina, fino a quando l’ultimo nullo di Long decretò la vittoria di Jesse.

Luz, già eliminato, alzò il braccio di Jesse, incoronandolo prima ancora che la cerimonia ufficiale se ne prendesse carico; il tedesco ariano che secondo l’ideologia di casa sua avrebbe dovuto odiare il nero americano era lì, ad aspettarlo.

Owens vinse l’oro saltando ben 8.06 m contro i 7.87 del tedesco, e volle festeggiare a modo suo, con un ultimo salto in piena armonia e serenità, su pista bagnata, oltre gli otto metri. A pochi centimetri dal suo record del mondo.

Dal film “Race”, Stephen Hopkins, 2016

All’ultimo salto per Jesse, di fronte alla vasca di sabbia del salto in lungo c’era Luz, solo lui.
Jesse camminò in aria, giungendo in quella vasca dopo un’esplosione di potenza ed eleganza sconosciute; atterrò più lontano di tutti, anche di Luz.

Luz lo attendeva laggiù, in fondo a quella vasca che per loro era stata campo di battaglia, metro di paragone, dimensione in cui sentirsi perfettamente ed assolutamente uguali.
Long andò incontro a Owens, lo abbracciò e i due, insieme, si incamminarono verso il tunnel degli spogliatoi.

Luz, fisico imponente e figlio di quella borghesia lipsiana i cui libri andarono al rogo per volere di una ideologia folle, aveva perso. Ma era felice.
I due migliori saltatori in lungo al mondo avevano misurato le loro immense capacità di fronte a centomila spettatori, nello stadio più imponente dell’epoca, durante le Olimpiadi più colossali fin lì realizzate

Alla premiazione Jesse, frastornato e forse anche un po’ imbarazzato, investito da un turbinio di emozioni difficili da controllare, si tenne saldo al braccio di Long che, con la sua fiera impostazione teutonica lo accompagnò nella pancia dell’Olympiastadion.
Lo stadio più bello, più grande, lo stadio del Führer.

Vinse così il suo secondo titolo. Fu uno scacco per Hitler che riponeva ogni speranza in Long per un trionfo nell’atletica leggera, disciplina nella quale la sua fucina di atleti aveva dimostrato una certa carenza. Di certo, il Führer non poteva sapere che era stata proprio la sua “scommessa vincente” a tradirlo fraternizzando con il rivale.

Si vociferò a lungo sulla reazione di Hitler al fallimento, gli attribuirono i comportamenti più disparati come l’essersi rifiutato di stringere la mano all’afroamericano, ma Jesse smentì le malelingue affermando di essere stato salutato, sebbene a distanza, dal Führer. Owens nella sua biografia afferma: “Quel giorno, dopo essere salito sul podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il cancelliere tedesco mi guardò, si alzò in piedi e mi salutò con un cenno della mano. E io feci altrettanto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto” (da The Jesse Owens Story, 1970).

Secondo la testimonianza diretta del grande Arturo Maffei, quarto classificato con lo storico primato italiano di 7,73 metri che avrebbe resistito fino al 1968: “Nel tunnel Hitler andò davanti a Owens e gli fece il saluto a braccio teso, proprio nel momento in cui Jesse gli tendeva la mano per stringerla. Allora fu Hitler a tendere la mano, ma intanto Owens, correggendo il primo atteggiamento, aveva portato la sua alla fronte per eseguire il saluto militare. Questione di secondi, poi Hitler passò oltre. Decidete voi chi fu a rifiutare la stretta di mano. Ma andò proprio così: alla Ridolini.” (da Arturo Maffei: un salto…lungo una vita, Gustavo Pallica, 1999)

1936: Maffei sfiora il bronzo alle Olimpiadi
Luz Long a Berlino con Arturo Maffei, fuori dal podio per 1 cm.

Ben diverso si dimostrò invece il comportamento del presidente americano Franklin Delano Roosvelt che, troppo occupato a raccogliere i voti degli stati del sud in previsione delle elezioni imminenti, non si degnò neppure di accogliere il vincitore olimpico alla Casa Bianca come prevedeva la tradizione. Jesse aveva battuto ogni record vincendo il maggior numero di gare in un’Olimpiade; oltre ai successi nei 100 metri e nel salto in lungo aveva infatti conquistato il primo posto nei 200 metri e, il 9 agosto, nella staffetta 4×100, eppure il presidente Roosvelt cancellò l’appuntamento. “I wasn’t invited to shake hands with Hitler, but I wasn’t invited to the White House to shake hands with the President, either.” (Owens pierced a myth, Larry Schwartz, ESPN, 1999)

L’amicizia fra Jesse e Luz continuò ad esprimersi attraverso le lettere, l’unico mezzo con cui potevano sfidare i venti di guerra che infuriavano separandoli.

L’eco di quel consiglio in gara continuò a perpetuarsi attraverso le parole, facendosi beffe dei piani di morte. Non sarebbe dovuta seguire una guerra per dimostrare l’insensatezza della follia nazista. L’errore era già chiaro, come scrisse Luz in una delle sue lettere: “Tutte le nazioni del mondo hanno i propri eroi, i semiti così come gli ariani. E ognuna di loro dovrebbe abbandonare l’arroganza di sentirsi una razza superiore“.

Jesse, l’eroe di quell’Olimpiade, non diede mai molta importanza a quelle sue 4 medaglie che neppure in patria gli vennero riconosciute con il rispetto che meritavano.

Quando, rientrati negli Stati Uniti, lui e Larry Snyder si fermarono a festeggiare in un ristorante, Owens venne obbligato ad entrare dal retro, nonostante le proteste del suo allenatore. E una volta a casa, poi, ritornato alla normalità, dovette adattarsi a quel mondo ostile facendo i lavori più disparati, fra cui anche l’inserviente in una pompa di benzina. Per guadagnarsi da vivere gareggiava in eventi a pagamento contro cavalli, cani e motociclette.

Dovette attendere anni prima che venissero riconosciuti i suoi successi sportivi e, anche quando venne acclamato all’unanimità, gli rimase un’unica certezza: “Si potrebbero fondere tutte le medaglie che ho vinto, ma non si potrebbe mai riprodurre l’ amicizia a 24 carati che nacque sulla pedana di Berlino“.

Quel che accadde il pomeriggio del 4 agosto 1936 nello stadio olimpico di Berlino apparve agli occhi del mondo come uno schiaffo al regime nazista nel fulcro del suo potere: una medaglia d’oro vinta da un uomo di colore nel salotto buono della Germania ariana.

Il podio, con il giapponese Naoto Tajima terzo classificato

Tuttavia non fu quella medaglia, per quanto splendente, a suggellare la vittoria più importante della giornata.

Fu invece ben più considerevole la vittoria umana: un’amicizia nata sul campo di gara, a dimostrare che la rivalità non si traduce sempre in antagonismo. E che il valore di un’amicizia non si misura nel momento in cui nasce, ma dalla sua capacità di sopravvivere al tempo.

Il legame fra l’atleta tedesco Luz Long e l’avversario afroamericano Jesse Owens trova la sua più valida conferma in quella lettera, ultima di una fitta corrispondenza, spedita dal fronte di guerra:

“Dopo la guerra, va in Germania, ritrova mio figlio e parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz”.

Così scriveva Long, divenuto ufficiale della Luftwaffe tedesca, a Owens, appresa da poco la notizia della nascita del suo primogenito.

Era accaduto, infatti, che nel 1941 per Long era arrivato il giuramento alla Wehrmacht, l’esercito tedesco, già in guerra da due anni. Dopo un rapido addestramento fu prima mandato il Polonia con la contraerea e quindi a combattere nel Sud Italia. Si preannunciava un luglio afoso, in Sicilia erano sbarcati gli americani contro i quali era tenuto a combattere in nome della patria. Il suo status di atleta internazionale gli aveva risparmiato di prendere parte al conflitto iniziato nel 1939, ma il capovolgimento delle sorti della guerra richiamava al servizio del Reich perfino gli esponenti più illustri della nazione. Le circostanze avevano condotto Long a gestire la spedizione contro gli americani, azione che, in cuor suo, doveva sentire come profondamente ingiusta. Proprio ad un americano, infatti, scriveva nei momenti più bui intessendo pensieri di pace, in ricordo di un momento perduto in cui entrambi sorridevano con un medaglia appuntata sul petto.

Luz sapeva che istanti simili non sarebbero più tornati, per questo ne affidava ad Owens la memoria e il compito di tramandarli. Avrebbe trovato la morte in quella Sicilia arsa dal sole estivo, ferito gravemente a Gela il 10 luglio 1943: morirà dopo quattro giorni di agonia in un ospedale da campo nei pressi di San Pietro.

Fu così che Long trovò la morte a trent’anni durante la seconda guerra mondiale nel corso dell’operazione Husky, che vide gli Alleati sbarcare in Sicilia. Di stanza a Niscemi con la divisione corazzata “Hermann Goring”, fu coinvolto nei feroci combattimenti per la difesa dell’Aeroporto di Biscari-Santo Pietro nell’attuale territorio di Acate.

Le cause della morte non sono certe, la più plausibile è quella dell’aggravamento dovuto alle ferite, una in particolare, per un proiettile alla coscia che gli impedì la ritirata insieme al resto dell’esercito tedesco. Trovato da un suo commilitone sul ciglio della strada, fu portato nel vicino ospedale da campo dove morì il 14 luglio 1943. Fu sepolto in un cimitero provvisorio e poi la sua salma fu trasferita dagli americani nel 1961 al cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia mentre era in costruzione. I luoghi dello sbarco nella Piana di Gela risultano ancora oggi visitabili, grazie alla conservazione dei bunker e camminamenti dell’epoca che formavano la prima linea di difesa costiera.

Cimitero militare germanico di Motta Sant’Anastasia

Owens, da parte sua, mantenne la promessa: incontrò Kai-Heinrich, il figlio di Luz. Qualche anno dopo partecipò anche alle sue nozze, gli raccontò ciò che era stato quell’uomo svanito anni prima in un Paese lontano.

A proposito dei trionfi di suo padre, Kai-Heinrich Long dirà che non valevano un quarto di quella medaglia d’oro mancata per un soffio o, piuttosto, di quel prezioso consiglio dato a Jesse durante la gara.

Questa è la storia di Luz Long, una storia che nei libri scompare silenziosa, quasi nascosta nell’ombra proiettata dalla figura gigantesca di Jesse Owens. Una figura diventata leggendaria, quella di Jesse, divenuta tale certamente per meriti propri, ma che deve l’immortalità a quell’incontro, nel posto sbagliato al momento sbagliato.

I grandi ricordi sono riservati a quegli uomini che con il cuore fanno grandi cose, nessun altro.

Spero che i miei figli non lo dimentichino mai.

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Un sentito e doveroso ringraziamento ad Alice Figini, “Storie di sport”, ad Alessandro Bacci, “Jesse Owens e Luz Long, l’amicizia che fece infuriare Hitler”, ad Antonio Rodà “Owens e Long, un’amicizia senza fine” e a Marcello Ierace “Luz Long e l’amicizia che sconfisse la guerra” per il prezioso supporto nella ricerca e ricostruzione storica. Allo stesso modo, anche tutti i riferimenti già esplicitamente citati nel testo.

The Girl from Ipanema – 02.05.21

Ad una prima impressione, a quelli che meno ci conoscono, a tutti quelli che della nostra vita non sanno niente e anche a tutti quelli che ci hanno sempre guardato da fuori e giudicato “per sentito dire”, ecco a tutti questi lei può sembrare entrata dalla porta di servizio.

Piombata nella mia vita senza nessuna avvisaglia, tanto lontana (e non solo in termini di distanza) da me e dal mio modo di essere quanto estranea alle mie abitudini, alla mia routine, al mio ambiente e al mio mondo, Ipanema non aveva alcun argomento per suscitare il mio interesse.

Vabbè no, non è proprio così. In realtà ai miei occhi è sempre stata bellissima e le carte in regola per suscitare interesse le aveva, eccome.

La verità è che a quel tempo avrebbe dovuto avere anche i poteri magici del Principe Azzurro, quelli che con un bacio ti svegliano dal sonno, ti liberano dalle catene, ti strappano dall’incubo.

Perché di questo si trattava. A quel tempo (vedi Is there anybody out there? 18.04.21) stavo vivendo quello che alla vigilia doveva essere il mio reset personale verso un nuovo rilancio e invece ero finito in un buco nero a vivere uno dei miei peggiori incubi personali. My worst personal nightmare.

A riempirmi ancor più di angoscia, il fatto di essermici ficcato da solo. Sepolto vivo, sentivo di essere l’unico responsabile di quel mio infelice approdo.

Avevo tutto per la testa, ma proprio tutto. Tutto il peggio. La perdita di mio padre continuava a bruciarmi il cuore nonostante fosse già passato più di un anno e la decisione di voler tagliare il rapporto con quella che fino ad allora veniva considerata la mia compagna storica mi riempivano la testa di stordimento e il cuore di angoscia. Anche sul lavoro avevo qualche problema: sentivo che quella straordinaria ed entusiasmante cavalcata vissuta fin lì in MP Italia si stava esaurendo, qualcosa era cambiato e non in meglio, i migliori stavano scappando e i rapporti con l’headquarter si stavano sfilacciando.

Non mi sentivo all’altezza di quello che desideravo per me, mi svegliavo la mattina e davanti allo specchio mi dicevo che non ero “abbastanza”. Nello stesso tempo mi sentivo i panni stretti addosso, percepivo un grande potenziale e avrei voluto fare quel salto di qualità che ritenevo più che adeguato e meritato.

Risultato: motore imballato, fermo in corsia d’emergenza a guardare gli altri passarmi davanti.

Quel che mi mancava era una finestra sulla vita, una porta socchiusa che mi desse la possibilità di accorgermi che la vita vera era dall’altra parte.

Ci è voluta tutta la sua forza, la sua costanza, la sua determinazione. Anche di fronte ai miei tentativi di fuga e la mia disperata perdizione. Anche davanti alla voglia di restare a piangermi addosso dentro a quel buco nero.

Mi ha fatto scoprire che la vita non è tutto bianco o nero, e che anche i grigi hanno sfumature diverse. Mi ha fatto rivedere la traccia che credevo di avere perso e che andavo a cercare chissà dove, ad occhi bendati. Un po’ alla volta l’ago della mia bussola ha iniziato ad indicare un nord diverso: ci vuole fiducia per seguirlo e convincersi che la direzione originaria fose sbagliata. O la bussola rotta.

Ho imparato di nuovo ad avere fiducia, a ridere, a credere che domani sarà sempre meglio. Che una battaglia persa non significa perdere la guerra. Che un torto subìto può rivelarsi un’opportunità. Che spesso le cose si risolvono da sole e che i frammenti possono trovare una loro ricomposizione anche senza il nostro dannato impegno.

Con lei ho imparato che tutto può crollare, che sulle rovine si può costruire, che un obiettivo raggiunto non deve essere l’ultimo traguardo. Che finché ci sarà un battito noi dovremo giocarci un ruolo in questa corsa.

Che non è finita finché non è finita.

Insieme abbiamo fatto un sacco di strada, attraversando momenti di straordinaria felicità ed altri estremamente difficili che abbiamo affrontato e superato. Insieme, sempre.

Due bambini meravigliosi che non solo hanno coronato il sogno di una paternità che avevo nel cuore, ma anche colmato quell’istinto di realizzazione umana – non saprei come definirlo altrimenti – che fino ad allora sentivo non completo. C’è qualcosa male in un istinto umano teso a creare una famiglia? Viene da lontano, racconta di voi, dei vostri padri e dei vostri nonni. Parla di quel che eravate e che oggi siete: dovreste imparare ad ascoltarlo.

Chiara è stata un regalo prezioso mandato da qualcuno che da lassù mi protegge. Il regalo più prezioso.

Una magia.

Preannunciata, addirittura, da una cara amica con il dono della Scrittura Celeste: me l’aveva detto, sapevo che l’avrei trovata là e là ero andato a cercarla. Diciamo che ho impiegato un po’ a capire che “lei” era proprio lei, intento com’ero a guardare il dito anziché la luna.

Ma quale porta di servizio…… Ipanema era una predestinata.

Lei è entrata dal portone principale, tacco 12, tappeto rosso, ingresso VIP, fotografi.

Ciao Amore mio, quanto cazzo di tempo pensavi di farmi aspettare?

Is there anybody out there? – 18.04.21

Una delle prime cose, delle prime sensazioni, che mi sono esplose nella testa quando ho perso mio padre è stato il ricordo dei suoi occhi. Il giorno dopo.

Ho il fermo immagine di quegli occhi impresso nella mente.

Anche oggi posso rievocare quel ricordo con estrema facilità e totale nitidezza, fino a farmi pulsare le tempie.

Occhi sereni e gentili, ma che nei primissimi giorni dopo la sua scomparsa non mi davano pace.

Il pensiero che tutto quello che c’era immagazzinato dentro fosse andato perduto, cancellato, mi faceva impazzire di dolore e di rabbia.

Per me, che a quel tempo pensavo che per ogni azione ci fosse una reazione, ad ogni causa un effetto, ad ogni domanda una risposta, non era possibile pensare che non ci fosse un perchè alla sua scomparsa. Doveva esserci un perchè e io dovevo trovarlo.

Doveva esserci un posto dove trovare le tracce del suo passaggio, un archivio di immagini, uno scrigno dei sentimenti e delle emozioni vissute. E io dovevo assolutamente trovarlo.

Non trovavo niente, non sapevo dove cercare. E invece che rassegnarmi mi inferocivo con una vita che non volevo più, con una ossessione che non mi dava riscontri e nella quale non trovavo segnali che potessero aiutarmi. Mi disperavo per quella mancanza di risposte che poi, neanche tanto lentamente, ha iniziato a generare un senso di disorientamento e di smarrimento che non potrò mai dimenticare. Da far girare la testa, davvero, tanto da essere obbligato a distogliere il pensiero per il malessere che mi generava.

Andava ad alimentare ancor più quel senso di abbandono – fisiologico, mi vien da dire – che segue ad un lutto paterno. Ma non era questa la cosa più distruttiva.

Mi lacerava, invece, il tentativo di guardare dentro a quegli occhi e di andarci a ripescare tutta la sua vita.

Li guardavo, li scavavo, mi ci immergevo senza voler più risalire. Ci annegavo dentro.

Volevo disperatamente recuperare lui, la sua vita, le emozioni, le paure, le ansie, le gioie di un’esistenza fisica ed emotiva della quale, per avere un senso, doveva per forza essere rimasto qualcosa, impigliato da qualche parte.

Anima, energia, luce, colore, immagini, suoni, parole, sussurri, profumi.

Un segnale, una traccia, un’impronta. Niente. Niente, cazzo, non trovavo niente.

Papà, dove sei? Dove sei? Urlavo, pazzo, disperato.

Risalivo in superficie ore dopo. Con il buio nel cuore e gli occhi di chi ha visto i morti dell’inferno.

Sentivo crescere la disperazione. Mi stava scappando via davvero.

Come Ulisse nella sua discesa nell’Ade.

“Dov’è finito? Dov’è finito tutto? Dove lo posso ritrovare?” mi dicevo. “Esiste un mondo, là fuori da qualche parte, dove vengono raccolti tutti i ricordi e le immagini e le emozioni e i battiti del cuore e i respiri e i sospiri e i sorrisi di chi non c’è più?”

“No, non c’è”, mi rispose finalmente qualcuno, mia madre, tra il dolore del momento e il timore di darmi un motivo di sconforto in più.

“Ma come no? È impossibile, ma come può essere? E tutto quello che ci è passato davanti agli occhi durante tutta una vita? Che fine fa? Non può andare tutto perduto, non ha senso, ci deve essere una porta”.

Non c’è memoria del ricordo, non c’è un archivio dei cuori e delle anime. Non esiste una raccolta delle emozioni, un cassetto delle immagini. Finisce tutto in paradiso, chi se ne va si porta dietro tutto”.

“E agli altri, a quelli che rimangono e a quelli che verranno… cosa rimane di tutto il vivere di chi se n’è andato? Che senso ha avuto dannarsi l’anima e correre per tutta una vita, se poi non resta niente?”

Ecco, fine delle trasmissioni. Da qui in poi nessuna risposta. Il buio. Il mio buio.

Oltre a questo grado di conoscenza non ci è dato proseguire.

Ma io andavo avanti, non mi davo pace. Cocciuto fino a rovinarmi la vita per la mia incapacità di trovare un gancio in cielo che mi tirasse su, mi portasse alle mie risposte e che mi facesse capire il perchè era accaduto proprio a lui, per quale motivo il Signore avesse deciso di portarmelo via.

E via così. I giorni passavano. Io li trascorrevo a maledirmi e nel frattempo la mia vita finiva in cenere come le mura di Cartagine.

Non so dire esattamente quando riuscii ad avere il primo barlume di lucidità. Forse nella primavera del 2004, quando terminato il mio rapporto di lavoro con MP Italia mi ritrovai a dovermi reinventare una posizione all’altezza di quella che avevo perso.

Fu in quell’esatto momento, in quel lampo di luce, che mi accorsi di essere rimasto solo.

Sai, se fai il matto, la gente ride; ma se iniziano a pensare che tu sia matto per davvero, allora ti isolano. Ed io ero rimasto solo già da troppo tempo. A cercare tracce, segnali, impronte, sentieri. Oracoli e sibille.

Sono trascorsi ormai quasi venti anni da quei momenti e le cose per fortuna sono un po’ cambiate. Ho dovuto adeguarmi ad una vita che corre veloce e continua ad andare avanti, con noi o senza di noi, e nella quale è meglio navigare in acque tranquille piuttosto che esplodere ogni giorno e rimettere insieme i pezzi la notte. L’alternativa era impazzire, mi sembra chiaro, e l’istinto di sopravvivenza alla fine ha vinto.

“Siamo due sopravvissuti”, mi disse un giorno la mia amica Lois, una che in dodici mesi aveva perso entrambi i genitori.

Sono sopravvissuto perchè un bel giorno ho scelto di guardare altrove. Ho cercato di scacciare gli incubi mettendomi alla prova, ponendomi traguardi da raggiungere, cercando di mettere a fuoco tutte le cose belle che ci sono da fare in questo mondo e dando loro la caccia. Inizialmente ho cercato rabbia da sfogare, fatica per pagare i miei sensi di colpa e dolore per dare soddisfazione a chissa quali penitenze.

Come se fosse stata colpa mia.

Dio solo sa com’è stato difficile. Quanto ho pianto, quanto ho gridato, e per quanto tempo ho convissuto portandomi sulle spalle questo senso di colpa.

Poi, un giorno del 2009, Chiara mi ha detto che stava aspettando Albi.

Allora mi sono fermato. Ho frenato e sono sceso da quel treno che per tanto tempo mi aveva portato con se’, precipitando. Mi sono guardato attorno e il paesaggio era sereno. Sentivo il rumore del mio respiro e non c’era affanno. Il cuore batteva forte ma non era più infuocato. Il vento della rabbia si era calmato, il dolore sembrava svanito. All’orizzonte, non vedevo più gli sbuffi bianchi della mia Moby Dick.

Allora ho fatto un sorriso, gli ho mandato un bacio. E l’ho lasciato andare. Era tempo di diventare grandi.

Adesso è sempre con me, non c’è giorno che non gli rivolga una parola o un pensiero, ma sono riuscito a fare pace, a perdonarlo per quel senso di abbandono che per anni mi ha accompagnato.

A perdonare me stesso per tutto quello che mi ero perso di lui.

Ciao papà, ti voglio bene.

E mi manchi. Mi manchi maledettamente.

Fino a qualche mese prima, tutto attorno a me faceva parte di un meccanismo rodato, una giostra collaudata, ma in quell’equilibrio non solo avevo perso la mia essenza…, ma non la ritrovavo più nemmeno a voltarmi indietro per ricercarla.

Non trovavo risposte nelle ore del mio quotidiano, non le trovavo nelle strade conosciute delle mie abitudini, del consueto, della routine, della mia zona di comfort.

Trascorso un anno con questi pensieri, combattendo con il disagio crescente di trovare una stella che indicasse la via e con la necessità quotidiana di fingere di stare bene, tutta questa foga doveva prima o poi sfociare inevitabilmente in qualcosa di complesso.

Ma il destino spesso ti aspetta sulla strada presa per non incontrarlo e un bel giorno mi sono trovato ad intercettare una scintilla vagante. Una scarica elettrica, una fuga di gas. Un botto pauroso.

Ho rovesciato la scrivania, ho ribaltato tutto, mandando in vacca sentimenti, lavoro, casa e vita.

Era il 30 marzo 2003, che si scrive 30.03.03. Bella data, no? Armonica, simbolica. Certamente un caso fortuito, ma interessante per chi ama cercare e trovare segni.

Ricordo quel giorno come fosse oggi, probabilmente iniziò lì la mia seconda vita, o forse la terza, ho perso il conto.

Ci volle un po’ perché il polverone si abbassasse e per rivedere di nuovo la luce, ma in quel giorno di rivolta avevo messo piede, inconsapevolmente, su un percorso di ricerca che mi stava avvicinando a quello che andavo cercando.

Senza accorgermene, avevo fatto il primo passo sullo stesso sentiero sul quale aveva già camminato mio padre prima di me.

E oggi credo che nei miei occhi ci siano molte delle cose che cercavo nei suoi.

Odissea, libro XI

Old and Wise – 11.04.21

Senza emozioni sarei morto cent’anni fa.

Old and Wise. C’era un bellissimo pezzo di Alan Parson con questo titolo, un po’ nostalgico nelle atmosfere, che è poi un po’ anche con lo stesso sentimento che ho addosso in questo momento.

Bisogna stare attenti a pronunciare la parola nostalgia, che poi la gente si spaventa e scappa, già mortalmente annoiata ancor prima di cominciare.

Madonna, la nostalgia. Cheppalle, eh?

Tutti così sempre pronti a buttare subito un concetto scomodo nel lavandino della cucina assieme a tutti i piatti sporchi, liquidandolo come una parola apparentemente banale. Che poi lo so che vi trovo a piangere davanti alla pubblicità.

In ogni caso, la nostalgia non c’entra.

È un fatto di età, di maturità (come dicono quelli maturi), di traguardi raggiunti, sfiorati e mancati, di strade perse e altre scoperte, di esperienze, di bilanci e di confronti.

Confronti con me stesso, solo. Con chi se no.

Voi? Vi siete mai confrontati con voi stessi? Vi siete mai fatti la domanda “se tu potessi tornare indietro a 16 anni, incontrando il te stesso di oggi saresti soddisfatto di quello che sei diventato?”.

Paura, eh?

Cari miei, qui si diventa vecchi, ogni giorno di più, e i domani sono sempre di meno.

Si diventa vecchi e in qualche modo si approda anche alla spiaggia della saggezza. Si, in qualche modo.

Che io poi chiamerei più correttamente spiaggia delle esperienze che abbiamo vissuto e alle quali siamo sopravvissuti. Per bravura, talento, indole. O per caso, per fortuna.

Una volta approdati lì, il segreto è lasciare la barca in un posto sicuro.

Non solo per essere certi di ritrovarla e potere tornare a casa, ma anche per poterci ritornare ogni volta che lo si vuole.

Sulla spiaggia si trova poi di tutto, storie, racconti, memorie, pezzi di cuore, rumore di risate.

Anche lacrime, certo, e non è detto che siano sempre nostre.

Foto di persone che abbiamo amato e di altri che invece no, proprio per niente.

E persone. Persone con le quali abbiamo festeggiato grandi gioie e altre con le quali abbiamo condiviso le ore più buie, persone che sono sempre state con noi e altre che abbiamo lasciato indietro.

Qualcuno ci ha abbandonato, a volte con superficialità o con cattiveria. Pentendosene, sempre.

Qualcuno ci ha lasciato la mano, ma non avrebbe mai voluto.

Altre ancora sono sempre lì con noi, ma dobbiamo trovare il modo di tirarle fuori dagli angoli nascosti e impolverati. E questo, quando accade, porta sempre grandi emozioni.

Emozioni. Ecco, questo avevo nel cuore: uno spazio dedicato a raccontare. Memorie e pensieri in libertà.

Così, come vengono. Come si raccontano agli amici la notte, in strada, birra e paglia. A cazzo.

Non ci sarà un filo logico e nemmeno storico. Dipenderà dagli umori, dalle lune e da come ho dormito la notte prima.

Mi piacerebbe che i miei figli potessero portarsi via dal mio cuore qualche emozione, dai miei occhi un po’ di immagini tra tutte quelle che hanno visto in questa Lunga Corsa.

Dalla testa un po’ di cazzate che ho fatto, in modo da non poterle ripetere.

Troppe cose sono accadute perché vadano perdute. Ho già vissuto questa cosa e ancora mi tormenta.

Ma questa è un’altra storia.

Poi se volete parliamo degli occhi di mia figlia…